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Caronte

caronteBIBLIOGRAFIA

FILMOGRAFIA

 

PERSONAGGIO MITOLOGICO

Nella mitologia greca Caronte (in greco Χάρων=”ferocia illuminata”),  figlio di Erebo e della Notte, è il traghettatore dell’Ade (psicopompo). Egli trasporta i nuovi morti da una riva all’altra del fiume Acheronte, solo se i loro cadaveri hanno ricevuto i rituali onori funebri o, in altra versione, se dispongono di un obolo per pagare il viaggio: una moneta posta sotto la lingua del cadavere (δαξάκη, obolus Charontis); alternativo l’uso di porre due monete, sistemate sopra gli occhi del defunto o sotto la lingua.

Il nome di Caronte  allude alla particolarità degli occhi, al loro fiammeggiare (χαροπός); egli è, di norma, rappresentato come un vecchio barbuto, arruffato e incolto nell’aspetto, coperto da un rozzo mantello e con un berretto in testa, alla guida di una barca e munito di remo. Ancora ignoto a Omero e ad Esiodo, è nominato per la prima volta nella Miniade, e ben presto la sua figura diventa popolare al punto da essere di frequente riprodotto sui vasi attici di destinazione funeraria. Alla fine del V secolo a.C., compare nella commedia Le rane di Aristofane, in cui urla insulti nei riguardi della gente che lo circonda.

 

Nella mitologia etrusca il personaggio assume il nome di Charun  e lo si trova riprodotto su pitture tombali, sarcofagi, urne, stele sepolcrali e vasi. Nell’illustrazione tipica compare come demone della morte, una figura che accompagna i defunti nell’ultimo viaggio (a piedi, a cavallo, su carro) verso l’oltretomba. Talora viene rappresentato a protezione delle porte dell’Ade, come nella Tomba dei Caronti e nella Tomba degli Anina di Tarquinia; altre volte in semplice connessione con la morte come nella Tomba François di Vulci; altre ancora ha dei serpenti attorno alle braccia ed ali enormi come nella Tomba dell’Orco di Tarquinia. Il suo aspetto è mostruoso: orecchie lunghe, naso d’avvoltoio, bocca enorme; è spesso alato e con gambe d’uccello; indossa una corta tunica e alti calzari, ed è sovente di colore bluastro. Ricorre, simbolicamente, l’attributo del remo e del martello (simile alla romana ascia bipenne), il primo alludente alla sua funzione di psicopompo, il secondo simboleggiante l’attimo del trapasso dalla vita alla morte.

Virgilio, nel VI libro dell’Eneide (vv. 295-316) delinea una inedita figura di Caronte. Enea, dopo aver chiesto una predizione sul futuro dei troiani alla Sibilla, si avvia verso una scogliera con quest’ultima e giunge nei pressi del fiume Acheronte. Qui Caronte si oppone al passaggio di Enea, ma la Sibilla che gli fa da guida lo convince mostrandogli il ramo d’oro da offrire a Proserpina, la regina degli Inferi moglie di Plutone:

    Di qui comincia la via che porta alle onde del Tartareo Acheronte, qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito. Queste acque e i fiumi custodisce Caronte, orrendo nocchiero nella sua terribile asprezza, che porta sul mento una folta e incolta barba bianca, stanno fissi gli occhi fiammeggianti e un sordido mantello gli pende dalle spalle legato con un nodo. Egli stesso spinge la barca con un palo, la governa colle vele e traghetta sulla navicella di cupo colore, ormai vecchio, ma per il dio quella vecchiaia è ancor fresca e verde.

 

Caronte nella Divina Commedia

Dante segue da vicino l’episodio dell’Eneide accentuando i tratti demoniaci del traghettatore e facendone strumento della giustizia divina. Il Caronte dantesco, che traghetta solo le anime dannate, è un vecchio dalla barba bianca, con gli occhi circondati da fiamme, che minaccia severi castighi ai dannati. Anch’egli si oppone al passaggio di Dante, ma è zittito da Virgilio con la stessa formula usata con Minosse, e  simile a quella usata con Pluto.

 

Inferno Canto III 81-126